Sarà una giornata intera di mobilitazione quella organizzata all’Aquila per lunedì 25 aprile, anniversario della liberazione dal nazi-fascismo. Da mattina fino a sera ci saranno diverse iniziative, che culmineranno con il corteo antifascista che attraverserà le vie della città nel pomeriggio.

Come ogni anno non vogliamo solo celebrare la memoria di chi attraverso la lotta contribuì a liberare l’Italia dagli oppressori, ma anche lottare contro i fascismi di oggi. È necessario infatti lottare per liberarci dall’omologazione, dalla paura di essere diversi e diverse, dalle guerre, dalla repressione e dalla schiavitù del profitto.

Vogliamo lottare contro chi vorrebbe che il centro delle nostre città diventino vetrine elitarie e inaccessibili, chi attraverso la gentrificazione, l’emarginazione delle fasce deboli, il controllo sociale, lo sfruttamento del territorio, la privatizzazione dello spazio pubblico, tenta di imporre un pensiero unico. Un concetto di identità che riteniamo rigido e pericoloso.

Vogliamo costruire ogni giorno, dal basso, un’alternativa solidale, transfemminista, meticcia e libertaria. Liberando spazi e restituendo vitalità e socialità attraverso pratiche realmente democratiche e popolari.

Essere fascisti, insomma, consiste nel fare in modo che i corpi e le vite che non si adeguano al modello perpetrato vengano esclusə, creando di fatto il fenomeno della devianza e alimentando la triste illusione che solo rinunciando a se stessə si possa vivere in questo mondo. Fascismo, in breve, è fare di tutta l’erba un fascio.

All’Aquila, come nel resto del paese, la tendenza neofascista ha preso una piega al tempo stesso preoccupante e ridicola. Una tendenza che striscia, per esempio, attraverso la diffusione di una narrazione securitaria, che fa leva interamente sulla costruzione di una percezione fittizia della comunità. O tramite la promozione dell’idea mortifera che esista un solo modo di fare cultura, contro la vitalità necessariamente non programmabile delle istanze che vengono dal basso e che necessitano, per esprimersi, di luoghi di informalità concreta, in cui non tutto è deciso e preordinato dall’inizio. 

Una tendenza anti-storica che si manifesta, in generale, attraverso il tentativo di escludere e marginalizzare alcune fasce della popolazione – come quella migrante – attraverso decisioni amministrative illegittime che creano disuguaglianze e ingiustizie sociali. Basti pensare alla vicenda dei buoni alimentari per gli indigenti nel periodo peggiore dell’emergenza Covid. Noi lo ricordiamo. Fummo costretti a intervenire per garantire equità nella nostra città, sanzionando pesantemente l’amministrazione Biondi. Che purtroppo umiliò L’Aquila, sottoponendola al ludibrio nazionale.

Se oggi ci teniamo perciò a celebrare ancora la giornata del 25 aprile, in omaggio a chi prima di noi pensò fosse necessario ribellarsi contro il tallone di ferro nazifascista, è per dire e dimostrare nei fatti che, a tutto questo, noi non ci stiamo.

Sono numerose le iniziative in programma. Alle 11 a piazza Nove Martiri ci sarà la tradizionale “colazione resistente”, con una mostra a tema. Dalle ore 11 al parco del Castello verrà allestita la mostra “Le nuove resistenti”, a cura del collettivo FuoriGenere. Alle 17 alla Fontana Luminosa partirà il corteo antifascista, che attraverserà le vie del centro. Intorno alle 18, sempre a piazzetta Nove Martiri, ci sarà “I Suoni del tempo che resiste” a cura di “Libri in persona per la Liberazione”.

Tutta la popolazione è invitata a partecipare a una giornata di memoria, lotta e gioia. Affinché si continui a costruire, giorno per giorno, una L’Aquila e un’Italia realmente antifasciste.

Riprendiamoci le strade della nostra città, rendiamo L’Aquila antifascista

Liberiamoci dai fascismi, dall’omologazione, dalla paura di essere divers*; dalle guerre, la repressione, il profitto ad ogni costo e dal consumismo che fa diventare i centri della città delle vetrine inaccessibili; dalle manie di controllo, dalla segregazione, dal classismo, da un solo modo di pensare la cultura, da un concetto di identità rigido e pericoloso.
Insieme, dal basso costruiamo l’alternativa solidale, transfemminista, meticcia, giovane, libertaria. Che vuol riprendersi il suo futuro all’Aquila e nel mondo, liberando spazi restituendo vitalità e pratiche democratiche e popolari.
Tutto questo per noi è 25 aprile, dal 1945 ad oggi!
Tutto questo per noi è Liberazione.
Per tutto questo vale la pena e come di scendere in strada!

I principi dell’antifascismo sono sempre attuali, tanto più dopo due anni in cui la nostra presenza, nelle piazze e nelle strade, è stata limitata da una pandemia mondiale e, nel frattempo, è scoppiata una nuova guerra, in cui si giocano i destini dell’umanità intera. 

Lo sono, perché il fascismo, nei molteplici mascheramenti che assume nella sua pur identica sostanza, è sempre in agguato, pronto a insediare la tenuta delle nostre pratiche democratiche, oggi più che mai in pericolo. 

Ma come riconoscere il fascismo, volta per volta, nella sua infida e mutevole fisionomia? 

C’è un modo semplicissimo di farlo, al di là del richiamarsi, senz’altro necessario, alla sua concretizzazione storicamente codificata. Rendendosi conto che perdere di vista le differenze che attraversano una comunità, distruggendo il suo carattere culturalmente plurale e non uniforme, è fascista. 

Che semplificare il discorso pubblico, tramite schemi binari di interpretazione degli eventi, che abituano le persone a facili polarizzazioni, è fascista. 

Che omologare le società all’insegna dell’unico dogma del profitto, del controllo, della prestazione e infine della repressione più brutale o più insinuante, facendoli passare come se fossero la cosa più normale del mondo, è fascista. 

Che credere che esista un solo modo di vivere la sessualità, di amare una persona, di essere uomini e donne, guardando in modo univoco al passato, e impedendo così alle nuove generazioni di immaginare come vogliono le loro vite, è fascista. 

Che abusare senza limiti dell’ambiente, sperperando il futuro senza riguardo per chi verrà dopo di noi, costringendolə per di più a rimediare ai nostri danni, è fascista. 

Che trasformare lo spazio pubblico fisico, sede elettiva e imprescindibile della vita democratica, in un luogo asettico, impraticabile se non secondo percorsi prestabiliti e inadatto a ospitare un confronto politico reale, è fascista. 

Che condurre una o più guerre, con il solo scopo di assicurarsi il predominio sulle risorse mondiali, a scapito degli altri, o per affermare la propria identità etnica e nazionale, contro chi non sta facendo nulla a nostro discapito, è fascista. 

E, visto che non è affatto scontato per molti, soprattutto di questi tempi, che essere vicinə ad associazioni che si dichiarano fasciste, o che flirtano con i fascisti, è fascista. 

Essere fascisti, insomma, consiste nel fare in modo che i corpi e le vite che non si adeguano al modello perpetrato vengano esclusə, creando di fatto il fenomeno della devianza e alimentando la triste illusione che solo rinunciando a se stessə si possa vivere in questo mondo. Fascismo, in breve, è fare di tutta l’erba un fascio.

Dopo decenni di marginalità nella storia del nostro Paese, i fascisti sembrano aver ritrovato di nuovo la capacità di penetrare nelle istituzioni (ma se succede, è perché evidentemente qualcuno glielo permette, non nascondendo neanche troppo il suo compiacimento). Mentre assistiamo alla trasformazione dei centri storici in una vetrina inaccessibile, irregimentata e parcellizzata esclusivamente secondo i tragitti sempre uguali del consumo, e gli spazi sociali alternativi vengono assediati, mediante sgomberi e intimidazioni, la loro presenza si fa di nuovo arrogante e, in prospettiva, sempre più inquietante. 

All’Aquila, poi, questa tendenza ha preso una piega allo stesso tempo preoccupante e ridicola. Come altrove, la diffusione di una narrazione securitaria, che fa leva interamente sulla costruzione di una percezione fittizia della comunità, va di pari passo con la diffusione di apparati di sorveglianza sempre più capillari e asfissianti (vedi alla voce “telecamere”), quando tutti sanno bene che la sicurezza non si ottiene con la repressione, che ghettizza la violenza, rendendola endemica, e ci fa credere si possa fare a meno di impegnarsi nell’indispensabile lavoro culturale da condurre in merito. Come altrove, anche qui da noi si promuove sempre di più l’idea mortifera che esista un solo modo di fare cultura, contro la vitalità necessariamente non programmabile delle istanze che vengono dal basso e che necessitano, per esprimersi, di luoghi di informalità concreta, in cui non tutto è deciso e preordinato dall’inizio. Mettere dei rappresentanti delle forze dell’ordine ai Quattro cantoni, credendo sia l’unico modo di fronteggiare il fenomeno delle cosiddette “baby gang”, sospendere, durante un lockdown nazionale, la distribuzione dei buoni alimentari, fregandosene della condizione di indigenza in cui versa una parte non così piccola della popolazione cittadina; continuare a rimandare l’uscita dei bandi del progetti C.A.S.E., in ossequio a un’idea di residenzialità chiaramente di classe; fare finta che la popolazione migrante della nostra città non esista, ‘dimenticandosi’ delle loro necessità; attaccare la libertà di scelta e di autodeterminazione delle donne e delle soggettività con utero, presentando pericolose modifiche di legge, nell’ambito di disegni integralisti delle destre strettamente connesse a movimenti no-choice e pro-life. Sono tutte scelte che rivelano, neanche troppo indirettamente, come la loro idea di società, chiusa e autoreferenziale, non sia la nostra e che, alla lunga, non hanno altro obiettivo se non di cancellare ciò che resta di una capacità di autorganizzazione senza la quale, dopo il terremoto del 2009, una parte importante della nostra cittadinanza non si sarebbe sollevata contro la gestione dell’emergenza, autoritaria e unilaterale, da parte della Protezione civile di Guido Bertolaso, e contro un trattamento governativo che trascurava l’interesse dei più. 

Se oggi ci teniamo perciò a celebrare ancora la giornata del 25 Aprile, in omaggio a chi prima di noi pensò fosse necessario ribellarsi contro il tallone di ferro nazifascista, è per dire e dimostrare nei fatti che, a tutto questo, noi non ci stiamo. Lo facciamo, di nuovo, per dare un segnale a tuttə coloro che credono che per vivere bene non c’è bisogno di passare sul corpo del prossimə, o di obbligarlə a diventare come si crede debbano essere tuttə quantə, in maniera impersonale e senza eccezioni di sorta; per evitare che passi il messaggio secondo cui, per poter essere accettati infine come parte effettiva di una società, sia necessario omologarsi, finendo, a ben vedere, col fare sì che essa diventi sempre più agonizzante. Lo facciamo, in altre parole, per riprenderci le strade della nostra città e rendere di nuovo L’Aquila, come il resto del mondo, davvero antifascista.