UN’ALTRA CITTÀ: È POSSIBILE RIBALTARE QUESTA SITUAZIONE?

Dieci anni non sono pochi, soprattutto quando seguono un terremoto. La ricostruzione materiale, per quanto ormai a buon punto, ha appena sfiorato l’edilizia pubblica e quasi per nulla toccato la vasta galassia di frazioni e paesi del cratere aquilano.

All’Aquila le istituzioni non hanno pensato a ricostruire innanzitutto quello che è di tutti: luoghi di aggregazione comunitaria, strutture per la cultura o la socialità. Così come scuole, cinema, teatri, impianti sportivi, biblioteche e palazzetti.

Si è pensato alla ricostruzione come una somma di questioni private con cui massimizzare i profitti, senza guardare a quella dimensione sociale che consente ad una città di essere tale, anziché, semplicemente, un aggregato di mattoni e palazzi. Quella per cui, come 3e32 e CaseMatte ci siamo battuti da subito. Che cosa poteva essere questa città e che cosa può ancora essere? Una città all’insegna della cultura e della condivisione, forse; una città centrata sul suo straordinario patrimonio ambientale e paesaggistico, sicuramente. Ma tutto questo doveva e deve essere costruito – non si fa da sé.

All’emergenza è subentrata infatti una inquietante normalizzazione senza normalità. Per quanto dopo un decennio molte dinamiche siano, per fortuna o per sventura, tornate a quello che erano prima del sisma, siamo ancora, socialmente e individualmente, nella scia del terremoto e dei suoi effetti di lungo periodo. Ma L’Aquila è cambiata davvero. Si è trasformata, nel bene e nel male, in qualcosa di profondamente diverso.

CaseMatte, e il 3e32 che la abita, sono stati senza dubbio tra i protagonisti di questa trasformazione. Hanno offerto un luogo di aggregazione, quando non ce ne era nemmeno l’ombra, funzionato da quartier generale delle mobilitazioni dei primi due anni dopo il sisma e ospitato una quantità di attività politiche, sociali e culturali che difficilmente altri possono vantare. Tutto, peraltro, senza finanziamenti pubblici. Festeggiare 10 anni non è poca cosa, in un’Italia sempre più incapace di riconoscere il lavoro spesso straordinario svolto, in contesti urbani talvolta tra più difficili, dalle esperienze di autogestione nel nostro Paese.

Le lotte, nel frattempo, sono mutate. Alla richiesta di una ricostruzione partecipata e trasparente (che, ahinoi, non c’è stata), si sostituisce oggi l’esigenza di una protezione del territorio e del suo tessuto sociale più fragile che ci impone di ripensare la nostra posizione nella comunità e di trovare nuovi strumenti di auto-organizzazione, pensando anche al modo in cui le generazioni più recenti li hanno vissuti e li vivono ancora. Che ci chiama insomma a cercare nuove parole d’ordine e nuovi motivi per ritrovarci insieme e non lasciare che le cose vadano, semplicemente, come vanno. A partire dalla battaglia in difesa del nostro territorio e per un nuovo modello di sviluppo, in sinergia con i movimenti che stanno scendendo in piazza in tutto il mondo, e che da noi vuol dire molto concretamente battersi contro il gasdotto Snam, una lotta che abbiamo intrapreso e che continueremo, così come nell’esigenza di riappropriazione di un centro storico che rischia di trasformarsi in una vetrina, bella, sì, ma senza vita.

Di fronte a chi vorrebbe una città all’insegna del turismo ‘mordi e fuggi’ o dei grandi eventi una volta l’anno, che poco o nulla lasciano di duraturo e concreto nelle nostre vite; contro chi rivendica una normalizzazione, appunto, delle scelte di vita, che non lascia scelta agli altri, il nostro compito – un compito che Casematte ha sempre spontaneamente assolto – è dare spazio alle differenze e alle molteplici esigenze che qualificano la vita reale di una comunità non a uso e consumo della sua rappresentazione spettacolare.

Oggi vogliamo batterci contro la classe dirigente mediocre che continua a governare questa città. La nostalgia posticcia del fascismo è palpabile in quasi tutte le parole pronunciate dagli esponenti dell’amministrazione comunale. Mentre nessun meccanismo è stato rotto (tutt’altro!), si continuano a perpetrare i clientelismi che hanno caratterizzato la politica cittadina negli ultimi dieci anni, tendendo a rimuovere chirurgicamente le esperienze più innovative e creative che avevano caratterizzato il post terremoto.

Occorre organizzare una vera opposizione sociale a questa situazione, ritrovarci intorno a un progetto comune di cambiamento, ancora una volta. Occorrono politiche inclusive di ripopolamento e di ri-densificazione del tessuto urbano, affinché, sostenuta dalle giuste risorse, la vitalità socio-economica della nostra comunità possa finalmente esprimersi. Serve confrontarsi con il presente in transizione e capire che ci stiamo giocando ora la sfida con il futuro e la trasformazione che ci accompagnerà per i prossimi decenni.

Per questo, in occasione del nostro decimo compleanno, ci sentiamo di chiamare a raccolta, in un’incontro aperto, chiunque ci tenga davvero alla nostra comunità cittadina. È un dovere al quale non ci possiamo sottrarre. Dobbiamo continuare e riprendere, anzi, a coordinarci, per costruire un’alternativa.

Riusciamo ancora a ribaltare questa situazione? Si può ancora riconoscere la rinascita reale di una comunità dalla vuota retorica del “siamo tornati a volare”, dall’interesse esclusivo per la gestione dei soldi e del potere? Si può distinguere la ricostruzione di un palazzo dalla ricostruzione di una città? Il malcontento, negli ultimi mesi, è montato, tra tutte le categorie di cittadini – segno di una stagnazione e di un arretramento, persino, che speravamo di non dover vedere. Siamo ancora in grado di portare avanti una campagna contro queste dinamiche e provare a scommettere su qualcosa di diverso?

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