Odissea macerie

Categorie: NEWS
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Pubblicato il: 14 maggio 2011

Per tutta la primavera del 2010 gli aquilani hanno dato vita ad una straordinaria mobilitazione. Ogni domenica migliaia di persone violavano la zona rossa e lo facevano per…lavorare! Ovvero per iniziare a rimuovere le macerie che tutt’ora opprimono il centro storico della città.
Secondo un’analisi della Regione Abruzzo effettuata nel luglio del 2010 da Vigili del Fuoco e Cnr si stimava la presenza di 2.650.000 metri cubi di macerie. Oltre 4,2 milioni di tonnellate, la maggior parte (più del 56%) solo nel comune capoluogo.
La mobilitazione cittadina fece molto scalpore tanto che intervenne direttamente il Ministero dell’Ambiente, S. Prestigiacomo, che si affrettò a prendere il controllo della situazione e promise che entro 24 mesi il problema sarebbe stato completamente risolto. Ne sono passati 14 di mesi dall’editto che, di fatto, mise fine al movimento delle così dette “carriole” e sui giornali impazza di nuovo la polemica sulla mancata rimozione delle macerie.

Dal momento dell’intervento del Ministro la quantità giornaliera di macerie rimosse è calata da 500 tonnellate a 150, l’unico sito per lo stoccaggio (l’ex Teges) è pieno, i mezzi per il trasporto sono rimasti due, permettendo l’apertura di sole due linee (e quindi solo due siti per volta dove poter operare), ancora non è stato realizzato un impianto adatto al riciclaggio delle macerie, attualmente lavorano al servizio soltanto 15 persone assunte tramite agenzia interinale ed altrettante messe “a disposizione” dall’Asm, la municipalizzata del comune dell’Aquila.

È datata 18 febbraio la nuova ordinanza del Commissario Delegato Gianni Chiodi che “rivoluziona” nuovamente tutto il processo. Cosa si dice in questa nuova (ed ennesima) ordinanza?
Alle ditte impegnate nelle demolizioni e ricostruzione di edifici pubblici e privati dovrebbe spettare la suddivisione dei materiali e il conferimento negli appositi cassoni messi a disposizione dell’Asm, il trasporto dei materiali da avviare a recupero o smaltimento è a cura delle Forze Armate, dei Vigili del Fuoco e dell’Asm, il commissario delegato identifica un “soggetto attuatore” che opera con un “Comitato di indirizzo” di cui fanno parte tutti i sindaci, i presidenti delle Province, da un rappresentante del Ministero dell’Ambiente, uno del Dipartimento della Protezione Civile, uno del Ministero per i beni e le attività culturali, del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Provveditorato interregionale alle Opere Pubbliche di Lazio, Abruzzo e Sardegna, del GICER, del NOE di Pescara, del Corpo Forestale dello Stato, di ISPRA e ISS.
Il soggetto attuatore si può avvalere di cinque tecnici designati, dell’Asm (per la quale vengono prorogati fino alla fine dell’emergenza gli obblighi derivanti dalla 23-bis comma 8 per la gestione dei servizi pubblici locali), di Arta (Agenzia Regionale per l’Ambiente) ASL, della Soprintendenza, della SOGESID Spa per le attività di valutazione, studio e progettazione delle infrastrutture occorrenti, della Struttura di Missione per le procedure amministrative per occupazioni di suolo ed eventuali espropriazioni, dell’Università dell’Aquila per valutazioni e prove tecniche.
È questo farraginoso “soggetto attuatore” che dovrebbe acquisire i mezzi idonei, progettare e autorizzare i centri di raccolta e i siti di stoccaggio, gli impianti di trattamento, predisporre bandi per il recupero dei materiali riciclati dalle macerie. Il commissario delegato, sempre tramite il “soggetto attuatore” dovrebbe attivare fantomatici “processi di consultazione” per la localizzazione e la realizzazione degli impianti, ispirandosi ai processi di Agenda 21.
L’ordinanza ci dice anche dove vengono trovati i soldi (si stima quasi 31 milioni di euro) per far partire questa macchina: attingendo agli unici fondi certi quelli stanziati dal CIPE nel 2009.

Insomma, dopo due anni dal sisma, si ricomincia da capo. Nuove modalità, nuovi responsabili, nuove procedure.
Di fatto quindi si impedirebbe alle imprese private che si sono occupate in questo periodo della rimozione e del conferimento, (in conformità alla legge Ronchi sui rifiuti), di continuare ad operare, così come gli è stato reso noto dalla Provincia, stranamente dopo 61 giorni dalla pubblicazione dell’ordinanza e quindi appena scaduti i termini di impugnazione. Si tratta perlopiù di piccole e medie imprese del territorio che in questi mesi hanno investito in personale e macchinari, per essere in grado di lavorare nella rimozione e riciclo delle macerie.
Con la nuova ordinanza si affida quindi la “gestione” delle macerie unicamente al pubblico (Vigili del Fuoco, Forze Armate ed ASM), ma non si dotano questi soggetti dei mezzi adeguati per lo svolgimento esclusivo di un servizio così imponente.
Il rischio è quello di un ulteriore intoppo, favorito del solito caos normativo prodotto dal sistema delle ordinanze. Non vorremmo che all’apice della confusione (che sembra creata ad arte) e della paralisi, si ricorresse ad un bel mega appalto in deroga, in perfetto stile protezione civile, che risolverà tutta la diatriba affidando la gestione del processo di smaltimento delle macerie ad una grande società (di amici illustri?).

E’ bene ricordare che il ministero dell’Ambiente incaricò di risolvere la questione macerie il dirigente Mascazzini, arrestato a gennaio nell’ambito dell’inchiesta sui rifiuti di Napoli, proprio pochi giorni dopo essere stato nominato da Chiodi commissario al rischio idrogeologico per l’Abruzzo (sic!).
Insomma un copione già visto qui a L’Aquila: guerra tra poveri nel cratere che si risolve con l’arrivo di cricche e aziende da fuori che fagocitano tutto, con appalti in deroga e sulla spinta dell’emergenza (vedi piano C.A.S.E….vedremo ricostruzione?).
Di fronte alle proteste scaturite da questa ordinanza il Commissario Chiodi si è affrettato a firmare una nuova ordinanza (la n. 3940) contenente un solo articolo che dirime tutta la problematica sorta facendo correre le lancette indietro fino al marzo 2010 (all’ordinanza n. 3857, art. 13 comma 2) e abilitando quindi al trasporto anche le imprese incaricate delle attività di demolizione iscritte all’Albo dei gestori ambientali, ma “in attesa del pieno avvio delle procedure di trasporto dei rifiuti dettate dagli articoli 1 e 2 dell’ordinanza 3923 del Presidente del Consiglio dei Ministri”.
L’impianto dell’ordinanza però rimane valido. E quindi non dovrebbe essere messa in discussione la nomina del “soggetto attuatore” così come il “Comitato Istituzionale”.
C’è però qualcosa che non quadra ed è lo stesso Vice Commissario Cicchetti ad intervenire affrettandosi a dire che la nuova ordinanza sarebbe già stata abrogata con una integrazione in arrivo.
E sarà un’altra puntata dell’intrigante saga macerie mentre il tempo corre via e tutti i processi per avviare la ricostruzione sono congelati. Su questa questione, come purtroppo su altre, si evidenziano tutti i limiti di questa gestione commissariale, incapace di risolvere i problemi, ma capace solo di complicare le cose, produrre ordinanze confusionarie e lontane dai bisogni immediati dei cittadini.

Eppure la risoluzione del “problema” delle macerie non era così difficile. Ci erano arrivati da soli gli aquilani che dando vita al movimento delle carriole parlavano, praticandole, di selezione il loco, riuso dei materiali o riciclo per gli inerti. Parlavano di “ricchezza” delle macerie e di possibilità concrete di lavoro sia per la rimozione che per il riciclo.

La soluzione del problema macerie all’Aquila non può essere separato dalla questione cave. Nelle più moderne economie europee si guarda al sistema estrattivo di inerti come ad una frontiera di innovazione, dove introdurre criteri di gestione del settore edilizio, di recupero e riutilizzo di materiali in modo da ottenere una significativa riduzione del prelievo, e insieme una riqualificazione delle aree dismesse come occasione di valorizzazione e fruizione pubblica.

Le cave attive in Italia sono 5.725 mentre sono 7.774 quelle dismesse nelle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Complessivamente si possono stimare in oltre 10mila quelle abbandonate. In Abruzzo non esiste un piano cave si ha solo un censimento parziale delle cave attive che ammonterebbero a circa 300. La legislazione che regola il settore estrattivo in Italia è decisamente datata, risale infatti ad un regio decreto del 1927. Le cave in Italia rappresentano (dati 2008) un giro di affari di circa 5 miliardi di Euro l’anno, per il solo settore degli inerti. E se si considera il peso che le Ecomafie hanno nella gestione del ciclo del cemento e nel controllo della aree di estrazione questa situazione di totale deregulation è particolarmente preoccupante.

La questione macerie all’Aquila rappresenta senz’altro un’occasione per implementare nuovi criteri di gestione dell’attività estrattiva. Il modello da copiare potrebbe essere quello della Danimarca, dove è dal 1988 che una Legge ha imposto alle imprese edili e industriali di assicurare impianti in grado di trattare i rifiuti inerti di costruzione, demolizione e di scavo recuperati dal territorio. Già nel 1996 la Danimarca ha raggiunto l’obiettivo di riciclare il 90% dei rifiuti prodotti coprendo in questo modo il 20% della domanda di aggregati. Altri paesi europei come l’Olanda e l’Inghilterra hanno raggiunto livelli analoghi di riciclaggio mentre l’Italia è rimasta al palo con una percentuale di materiali riciclati che non supera il 9%. Nel caso aquilano occorre, dunque, spingere il riutilizzo delle macerie e dei materiali da demolizione come aggregati riciclati per tutti gli usi compatibili, fissando percentuali minime obbligatorie di riutilizzo e diffusione in tutti i capitolati di appalto, così come stabilito dalla legislazione attuale per i soli lavori pubblici. Contestualmente occorre individuare nel territorio dei siti per collocare i materiali non riutilizzabili recuperando aree degradate. Ad esempio, il sito della ex-Teges, al momento essenzialmente saturo, potrebbe essere rapidamente svuotato attraverso il processo di riciclo ed utilizzato per il conferimento della percentuale (circa il 10%) di macerie non riciclabili, ottenendo così anche il risanamento ambientale del sito stesso.

Su questa, come altre questioni, sembra quasi che il Governo e la Struttura Commissariale si divertano a complicare le cose semplici. A rallentare in maniera estenuante i processi di ricostruzione per poi risolvere con una bacchetta magica che sicuramente era difettosa quando il Ministro intervenne nella primavera 2010 e forse oggi potrebbe essere sostituita da grandi imprenditori che vengono da fuori, e sia Caltagirone che Mezzaroma si trovano solo a 100 km dall’Aquila.
Siamo convinti che le macerie possano costituire una fonte di lavoro per tutti: per le aziende del cratere, che già stavano lavorando e devono poter continuare a farlo, e per l’ASM nella gestione più delicata delle macerie dei crolli, degli edifici pubblici e di quelli tutelati.

Le macerie sono una risorsa per tutto il territorio del cratere, ma il presidente della regione Chiodi ci ha già dimostrato chiaramente la sua visione con la sanità, con l’università, con la ferrovia, con le tasse e con la ricostruzione. E’ ora di smaltire questo commissario.

Per approfondire:

www.mediacrewcasematte.org

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  1. citato in 3e32 ha detto:

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