UN’ALTRA CITTÀ: È POSSIBILE RIBALTARE QUESTA SITUAZIONE?

Categorie: Comunicati, Riflessioni
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Pubblicato il: 17 Ottobre 2019

Dieci anni non sono pochi, soprattutto quando seguono un terremoto. La ricostruzione materiale, per quanto ormai a buon punto, ha appena sfiorato l’edilizia pubblica e quasi per nulla toccato la vasta galassia di frazioni e paesi del cratere aquilano.

All’Aquila le istituzioni non hanno pensato a ricostruire innanzitutto quello che è di tutti: luoghi di aggregazione comunitaria, strutture per la cultura o la socialità. Così come scuole, cinema, teatri, impianti sportivi, biblioteche e palazzetti.

Si è pensato alla ricostruzione come una somma di questioni private con cui massimizzare i profitti, senza guardare a quella dimensione sociale che consente ad una città di essere tale, anziché, semplicemente, un aggregato di mattoni e palazzi. Quella per cui, come 3e32 e CaseMatte ci siamo battuti da subito. Che cosa poteva essere questa città e che cosa può ancora essere? Una città all’insegna della cultura e della condivisione, forse; una città centrata sul suo straordinario patrimonio ambientale e paesaggistico, sicuramente. Ma tutto questo doveva e deve essere costruito – non si fa da sé.

All’emergenza è subentrata infatti una inquietante normalizzazione senza normalità. Per quanto dopo un decennio molte dinamiche siano, per fortuna o per sventura, tornate a quello che erano prima del sisma, siamo ancora, socialmente e individualmente, nella scia del terremoto e dei suoi effetti di lungo periodo. Ma L’Aquila è cambiata davvero. Si è trasformata, nel bene e nel male, in qualcosa di profondamente diverso.

CaseMatte, e il 3e32 che la abita, sono stati senza dubbio tra i protagonisti di questa trasformazione. Hanno offerto un luogo di aggregazione, quando non ce ne era nemmeno l’ombra, funzionato da quartier generale delle mobilitazioni dei primi due anni dopo il sisma e ospitato una quantità di attività politiche, sociali e culturali che difficilmente altri possono vantare. Tutto, peraltro, senza finanziamenti pubblici. Festeggiare 10 anni non è poca cosa, in un’Italia sempre più incapace di riconoscere il lavoro spesso straordinario svolto, in contesti urbani talvolta tra più difficili, dalle esperienze di autogestione nel nostro Paese.

Le lotte, nel frattempo, sono mutate. Alla richiesta di una ricostruzione partecipata e trasparente (che, ahinoi, non c’è stata), si sostituisce oggi l’esigenza di una protezione del territorio e del suo tessuto sociale più fragile che ci impone di ripensare la nostra posizione nella comunità e di trovare nuovi strumenti di auto-organizzazione, pensando anche al modo in cui le generazioni più recenti li hanno vissuti e li vivono ancora. Che ci chiama insomma a cercare nuove parole d’ordine e nuovi motivi per ritrovarci insieme e non lasciare che le cose vadano, semplicemente, come vanno. A partire dalla battaglia in difesa del nostro territorio e per un nuovo modello di sviluppo, in sinergia con i movimenti che stanno scendendo in piazza in tutto il mondo, e che da noi vuol dire molto concretamente battersi contro il gasdotto Snam, una lotta che abbiamo intrapreso e che continueremo, così come nell’esigenza di riappropriazione di un centro storico che rischia di trasformarsi in una vetrina, bella, sì, ma senza vita.

Di fronte a chi vorrebbe una città all’insegna del turismo ‘mordi e fuggi’ o dei grandi eventi una volta l’anno, che poco o nulla lasciano di duraturo e concreto nelle nostre vite; contro chi rivendica una normalizzazione, appunto, delle scelte di vita, che non lascia scelta agli altri, il nostro compito – un compito che Casematte ha sempre spontaneamente assolto – è dare spazio alle differenze e alle molteplici esigenze che qualificano la vita reale di una comunità non a uso e consumo della sua rappresentazione spettacolare.

Oggi vogliamo batterci contro la classe dirigente mediocre che continua a governare questa città. La nostalgia posticcia del fascismo è palpabile in quasi tutte le parole pronunciate dagli esponenti dell’amministrazione comunale. Mentre nessun meccanismo è stato rotto (tutt’altro!), si continuano a perpetrare i clientelismi che hanno caratterizzato la politica cittadina negli ultimi dieci anni, tendendo a rimuovere chirurgicamente le esperienze più innovative e creative che avevano caratterizzato il post terremoto.

Occorre organizzare una vera opposizione sociale a questa situazione, ritrovarci intorno a un progetto comune di cambiamento, ancora una volta. Occorrono politiche inclusive di ripopolamento e di ri-densificazione del tessuto urbano, affinché, sostenuta dalle giuste risorse, la vitalità socio-economica della nostra comunità possa finalmente esprimersi. Serve confrontarsi con il presente in transizione e capire che ci stiamo giocando ora la sfida con il futuro e la trasformazione che ci accompagnerà per i prossimi decenni.

Per questo, in occasione del nostro decimo compleanno, ci sentiamo di chiamare a raccolta, in un’incontro aperto, chiunque ci tenga davvero alla nostra comunità cittadina. È un dovere al quale non ci possiamo sottrarre. Dobbiamo continuare e riprendere, anzi, a coordinarci, per costruire un’alternativa.

Riusciamo ancora a ribaltare questa situazione? Si può ancora riconoscere la rinascita reale di una comunità dalla vuota retorica del “siamo tornati a volare”, dall’interesse esclusivo per la gestione dei soldi e del potere? Si può distinguere la ricostruzione di un palazzo dalla ricostruzione di una città? Il malcontento, negli ultimi mesi, è montato, tra tutte le categorie di cittadini – segno di una stagnazione e di un arretramento, persino, che speravamo di non dover vedere. Siamo ancora in grado di portare avanti una campagna contro queste dinamiche e provare a scommettere su qualcosa di diverso?

Il protagonismo della comunità

Categorie: Riflessioni
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Pubblicato il: 11 Settembre 2016

20160910_193816Ieri alcune/i di noi hanno partecipato all’assemblea nella tendopoli di Pescara del Tronto (fraz. di Arquata del Tronto, AP). Si trattava della seconda assemblea nel campo tenda dopo quella di sabato scorso. Si è anche formalmente costituito un comitato “Pescara del Tronto 24.8.2016”, che si occuperà di fare proposte e monitorare tutto ciò che concerne la ricostruzione del borgo di montagna di Pescara.

Nel corso dell’assemblea si è parlato delle aree sulle quali insediare gli alloggi provvisori da proporre al Comune e alla struttura commissariale, e anche della ricostruzione vera e propria, che dovrà investire per forza di cose anche le seconde case, perché erano fondamentali per l’economia del borgo e anche per la continuità urbanistica e territoriale del paese stesso.

In tendopoli, a causa del freddo e della pioggia di questi giorni, sono rimaste una quindicina di persone. Alcuni sono andati nelle strutture ricettive a San Benedetto del Tronto, altri si sono sistemati autonomamente. Il problema sarà ora capire quali saranno i tempi di rientro. Riteniamo che, anche memori dell’esperienza dell’Aquila, sette mesi per la costruzione di numeri tutto sommato esigui di “moduli abitativi provvisori” sia un tempo davvero esagerato.

E’ importante mantenere quanto più possibile la presenza nei borghi, per mantenere alta l’attenzione sul paese stesso ed evitare che il destino delle comunità sia deciso da organi esterni a queste ultime.

“Qua ad Arquata non tornerà più nessuno”, ci ha detto un ragazzo nella tendopoli di Borgo di Arquata, altra frazione di Arquata del Tronto. La paura è che le persone che sono state portate via, non torneranno mai più. Abbiamo incontrato questo gruppo di ragazzi e ragazze che stanno dando vita a un progetto che ci sentiamo di sostenere in pieno: Chiedi alla Polvere. Vogliono raccontare Arquata del Tronto, “anche quando i riflettori si spegneranno”, ci hanno detto, per mantenere alta l’attenzione sia sui fondi della ricostruzione, sia sul tessuto sociale del paese, che conta in tutto 1200 abitanti in 13 frazioni.

Incontreremo di nuovo, nei prossimi giorni, i ragazzi e le ragazze di Chiedi alla Polvere. E’ fondamentale, per quello che abbiamo visto anche all’Aquila, che le comunità in primis disegnino e narrino il proprio presente, per costruire il proprio futuro. Combattendo contro le sopraffazioni esterne, per un reale protagonismo delle comunità.

Anche in questo caso, come facciamo da sette anni sul nostro territorio, siamo sempre stati contro i commissariamenti e contro qualsiasi forma di sovra-determinazione delle comunità, soprattutto se proveniente dall’esterno.

Lettera ai romani da L’Aquila: Bertolaso, non ti vergogni neanche un po’?

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Pubblicato il: 22 Febbraio 2016

berto&gabriCari romani,

con questa lettera vorremo cercare di raccontarvi brevemente tutti i danni, le speculazioni e le ingiustizie che ha causato Guido Bertolaso sul nostro territorio: L’Aquila.

Menzogne. Il 30 marzo 2009, una settimana prima del terremoto, Bertolaso organizza a L’Aquila la commissione Grandi Rischi. “Un’operazione mediatica”, come la definisce lui stesso nelle intercettazioni, con lo scopo di “tranquillizzare la popolazione”. Per effetto di questa “operazione” molte persone sono rimaste serene nelle proprie case la notte del terremoto. Bertolaso è attualmente sotto processo con l’accusa di “omicidio colposo plurimo”, mentre il suo vice Bernardo De Bernardinis è già stato condannato in via definitiva. Dopo il terremoto, le menzogne hanno continuato ad essere protagoniste: dalla grottesca idea del G8 – che ha avuto il solo merito di blindare la città e far costruire due inutili strade – alla favola “dalle tende alle case”.

Repressione. Fin da subito dopo il terremoto, Bertolaso, commissario per l’emergenza, ha utilizzato i suoi poteri per ostacolare in tutti i modi la partecipazione e l’autorganizzazione della popolazione, vietando assemblee e volantinaggi nelle tendopoli, trasferendo metà della popolazione in altre città e in altre regioni, e reprimendo ogni tipo di protesta, grazie alla complicità del prefetto e vice commissario Franco Gabrielli (poi suo successore a capo della protezione civile e ora Prefetto di Roma – guarda un po’!). Era vietato discutere del futuro della propria città o paese e fin dalle prime ore dopo il terremoto il territorio è stato completamente militarizzato. Si arrivò anche al paradossale sequestro delle carriole utilizzate per le proteste.

Speculazione. Con le palazzine del Progetto Case e le sue 19 “new town” Bertolaso ha sostanzialmente contribuito alla devastazione del territorio aquilano, occupando circa 460 ettari fuori città (più dell’estensione del centro storico aquilano) e favorendo, grazie alla deroga sugli appalti dovuta all’emergenza, le imprese che hanno costruito tali alloggi ad un costo intorno ai 3mila euro a metro quadro. La Protezione Civile è arrivata perfino ad utilizzare isolatori sismici non collaudati e difettosi (forniti dalla fondazione Eucentre di Gian Michele Calvi), dal costo gonfiato, per cui Mauro Dolce, in qualità di responsabile del procedimento di realizzazione del Progetto Case è stato condannato. Ovviamente sia Calvi che Dolce facevano parte del Dipartimento dei Protezione Civile ed erano vicini a Bertolaso. Anche qui viene da chiedersi dove fosse l’allora prefetto Gabrielli, che aveva il compito di vigilare sulla legalità della ricostruzione. Dopo 5 anni in alcuni di questi Progetti Case antisismici sono crollati i balconi e senza che ci fosse bisogno di un terremoto.

Ipocrisia. Bertolaso aveva creato un modello di Protezione Civile, a servizio del Governo Berlusconi, teso a nascondere dietro la propaganda mediatica le grande speculazioni, come quella di Anemone e Balducci (entrambi già condannati). E’ successo a L’Aquila, nell’emergenza rifiuti in Campania, per i lavori del G8 alla Maddalena, per i mondiali di nuoto proprio a Roma, e in molti altri casi. Era una prassi talmente collaudata che Bertolaso ha perfino cercato di trasformare la Protezione Civile in una S.p.A.! Solo le proteste dei movimenti, in primis di noi terremotati, sono riuscite a scongiurare una simile follia.

Potremmo continuare per ore. Sembra incredibile che la Protezione Civile abbia subito una simile deriva, piegandosi ad interessi affaristici e politici, e ancora più grave facendosi scudo dell’impegno e del lavoro di tanti volontari. Purtroppo questa gente non conosce dignità, come dimostra il fatto che Bertolaso sia oggi candidato a sindaco di Roma e Gabrielli ne sia già Prefetto!

Il nostro è un appello ai romani (e a tutta Italia), questi personaggi appartenenti alla classe politica, che si definiscono come “tecnici” o “bipartisan” in realtà nascondono la peggiore politica, quella che da anni antepone l’interesse dei poteri economici che distruggono e speculano sui nostri territori, a quelli delle comunità che li vivono. La candidatura di Bertolaso per l’amministrazione della Capitale si inserisce dunque a pieno titolo in un trend di lungo e rodato corso.

La questione è indipendente dall’effettiva vittoria, o anche solo dalla concreta competizione elettorale a cui egli prenderà o meno parte. Anzi, l’appeal bipartisan dell’ex capo del Dipartimento della Protezione Civile è indicativo di un metodo di gestione della cosa pubblica, e delle emergenze in particolare, che ha assunto negli
ultimi due decenni una portata sistematica e apparentemente incontestabile nel nostro Paese. Questo metodo si basa, appunto, sulla limitazione temporanea dei diritti civili (e non solo), in contesti in cui l’eccezionalità della situazione (catastrofi naturali, disastri ecologici, grandi eventi, ecc.) viene evocata come condizione sufficiente per un esercizio non convenzionale degli strumenti di controllo, di sicurezza e di repressione a disposizione. La generalizzazione e l’estensione indiscriminata di questo metodo è dunque, senza alcun dubbio, una delle forme attuali, se non la principale, del totalitarismo.

In altri tempi esso si presentava con l’aspetto del dittatore e della violenza dichiarata (e per questo, più facilmente identificabile dal punto di vista della lotta politica). Oggi ha la faccia apparentemente innocua del burocrate e dell’operatore di soccorso: in una parola, del tecnocrate – ma la sostanza, non cambia.

Bertolaso, ma non ti vergogni neanche un po’?

3e32 / CaseMatte – Appello per L’Aquila – Link Studenti Indipendenti L’Aquila – Unione degli Studenti L’Aquila – Legambiente L’Aquila – Asilo Occupato L’Aquila

Io oggi a far finta di niente non vado #CHANGE

Categorie: Riflessioni
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Pubblicato il: 17 Gennaio 2014

struzzoL’Aquila questo fine settimana sarà teatro di due manifestazioni di segno opposto: una oggi al Parco del Castello che chiederà al Sindaco Cialente di revocare le sue dimissioni arrivate in seguito all’inchiesta sule mazzette nella ricostruzione, e una sabato che invece vuole avere diritto al futuro tramite l’unico mezzo possibile, il cambiamento (#Change). 

Qui di seguito Patrizio Bassi spiega perché lui alla manifestazione di oggi al castello non andrà, condividiamo:” Io oggi non ci sarò al Castello alla processione del Venerdì Santo in attesa che il martire Cialente “sacrificio umano per tutti voi” risorga. Volete che Cialente ritiri le dimissioni, e poi? Si torna in consiglio comunale tutto e tutti come prima? Facciamo finta che non è successo nulla, nuovo vice sindaco, un dirigente tecnico sospeso e abbiamo risolto tutto, così può tornare a proporre le presidenze di municipalizzate “molto ben retribuite” come nel 2012? Può una giunta e un consiglio con quest’alone di dubbio e quest’onta addosso parlare di aree bianche, di sostegno alla popolazione, di pianificazione e di ricostruzione “smart city”? con quale credibilità? cioè, tutto questo scalpore e clamore, e non è successo niente? Per una volta che il sindaco si era comportato con dignità e senso delle istituzioni (almeno in facciata), facendoci pensare di essere in qualunque paese civile, volete che si torni indietro? E’ qui che dimostrate quanto siete colpevoli e collusi, altro che a testa alta, siete STRUZZI, la insabbiate per non vedere e non sentire, per tornare spensierati nelle vostre case rattoppate ad aspettare il favore o il contentino e non volete prendervi la responsabilità, da ignavi, di dimostrare all’Italia intera, allibita e giustamente schifata, che non siamo tutti uguali e non speculiamo su nulla, noi. C’è un piccolo Tancredi in tutti voi che impellicciati e genuflessi chiederete “che la ricostruzione non si fermi’, mutuato da ‘senza di me, l’inferno’. j’accuse”. PATRIZIO BASSI

Il metodo Augustus applicato all’Italia #19ottobre

Categorie: Riflessioni
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Pubblicato il: 19 Ottobre 2013

La crisi è un ottimo antidoto alle rivendicazioni popolari di diritti e bisogni sociali. E’ da diversi anni infatti che il capitale sta cercando di scalfire tutte quelle conquiste maturate nel dopoguerra grazie all’azione di milioni di lavoratori e lavoratrici. Quale occasione migliore di una crisi internazionale per ripristinare interamente il proprio ordine sociale e politico?

E’ la shock economy, l’economia che sfrutta i disastri per trarne profitti e imporre proprie regole.

A L’Aquila la crisi l’abbiamo conosciuta e subìta sotto forma di terremoto 4 anni e mezzo fa.

E abbiamo funto incoscientemente da palestra per l’instaurazione dell’attuale regime che regge l’Italia da un po’ di tempo. Ormai i governi sfruttano infatti l’emergenza per autoinsediarsi e autoproclamarsi di salvezza nazionale, senza ovviamente alcun mandato elettorale.

Da Monti a Letta siamo sotto scacco di governi commissariali sempre più ampi e che attuano i diktat della Bce e delle politiche di austerity targate Ue. Non esiste più un parlamento eletto dal popolo ma solo giullari alla corte del Don Rodrigo di turno. Non esistono più partiti di massa ma solo oligarchie.

Chi osa ribellarsi viene fatto passare per disfattista o complottista e viene messo a tacere con le buone o con le cattive.

Tutte scene che a L’Aquila abbiamo vissuto nell’immediato post-sisma, quando un intero territorio è stato occupato militarmente dal governo Berlusconi tramite i reparti della Protezione civile di Bertolaso e soci in affari (peraltro oggi tutti sotto inchiesta).

Le popolazioni locali sono state esautorate da ogni decisione sul futuro, dai progetti di ricostruzione, dal diritto di parola e critica.

Tutte le decisioni più importanti, dagli insediamenti provvisori ai modelli di sviluppo da adottare, sono state prese da commissari speciali, ovviamente estranei al cratere sismico e dunque poco sensibili alle richieste della popolazione terremotata.

L’ordine era di sorvegliare e punire. La gestione dell’emergenza era cosa loro, i profitti pure.

Il danno fatto però resta a noi.

Chi ha osato parlare e alzare la testa ha subìto circa 70 denunce ed è stato fatto passare come nemico pubblico da mettere alla gogna. Paradossalmente gli sciacalli venuti a L’Aquila sul carro della shock economy si autoproclamavano salvatori e benefattori mentre noi eravamo i disfattisti che volevano male al territorio.

Oggi ci ritroviamo senza più una città ma con tanti insediamenti che si sviluppano per decine di km da est a ovest, senza più un’anima. Migliaia di appartamenti fatti costruire ex novo a costruttori senza scrupolo, molti dei quali sono vuoti per mancanza di abitanti. Centinaia di ettari distrutti dal cemento e dall’ingordigia. Migliaia di persone costrette a vivere lontane dalla propria città o paese.

E’ anche per questo che ci sentiamo particolarmente vicini alle rivendicazioni della manifestazione-assedio del 19 ottobre. Vogliamo riprenderci le città, i centri storici svenduti, le abitazioni sfitte e continueremo a lottare contro tutte le zone rosse d’Italia.

Assedieremo anche noi quei ministeri e palazzi che stanno massacrando milioni di persone con le loro politiche di austerity. E che stanno massacrando la nostra città e i paesi del cratere impedendone una pronta ricostruzione.

Mai più new-town, mai più deportazioni di massa verso squallide periferie senza servizi!

Poniamo l’assedio in ogni città!

1°Aprile: firmata finalmente l’intesa per il progetto “Collemaggio parco pubblico”.

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Pubblicato il: 1 Aprile 2013

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Alla fine tutte le Istituzioni locali in gioco si sono convinte anche grazie al nostro impulso, che l’area di ColleMaggio è un bene comune. E’ stato finalmente approvato questo progetto (in allegato) che trasformerà in breve tempo l’area dell’ex manicomio, dallo stato di semi-abbandono in cui si trova ad una zona aperta alla città, finalmente utilizzata, riqualificata e piena d’effervescenza sociale. “Era semplice – hanno dichiarato in una conferenza stampa congiunta il Sindaco dell’aquila e il Direttore della Asl1 – bastava dar retta al buon senso e non fare il gioco dei soliti interessi. Da oggi le cose andranno diversamente, la ricostruzione sociale dell’Aquila è finalmente iniziata. Aq19 città della cultura e dei diritti tutti i giorni! “.

E’ vero oggi è primo Aprile, ma chiediamo alle istituzioni coinvolte e alla città: sarebbe poi così difficile?

Dal rassicurazionismo all’allarmismo? Analisi di una biopolitica del panico

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Pubblicato il: 1 Febbraio 2013

 

di Antonello Ciccozzi

Come consulente tecnico per l’accusa al processo alla Commissione Grandi Rischi non posso esimermi da alcune considerazioni sulle scelte di comunicazione del rischio praticate, subito dopo la sentenza di condanna degli esperti, rispetto alla sequenza sismica nella Garfagnana del gennaio 2013. Questo a partire dall’idea che l’approccio a certe questioni debba essere ancora migliorato, da un punto di vista prima di tutto metodologico e quindi comunicativo. Se, parlando di terremoti, l’analisi del rischio è una questione che riguarda prevalentemente l’ambito sismologico e del calcolo delle probabilità, la comunicazione del rischio dovrebbe prevedere competenze specifiche, di tipo semiotico e culturale, in quanto i destinatari di queste informazioni sono le comunità, in quanto va compreso come queste informazioni si diffondono e si propagano, quale senso assumono nella cultura antropologica dei luoghi interessati.

 

 

Dopo la sentenza che condanna dei membri della Commissione Grandi Rischi per aver rassicurato la popolazione aquilana, senza fondamento scientifico e con esiti disastrosi, prima del terremoto che devastò la città il 6 aprile 2009, iniziano ad assumere ampio risalto mediatico dispacci delle istituzioni preposte alla prevenzione del rischio che rivelano un tono radicalmente mutato: allarmano circa la possibilità di terremoti. In verità qualcosa era già cambiato dall’inizio de processo, ma ora se ne fa sfoggio mediatico, se ne fa notizia da prima pagina. Un segnale di cambiamento positivo verso una cultura della prevenzione? Fino a un certo punto.
Riflettendo su come la gente percepisce la comunicazione del rischio, bisogna osservare che il dispaccio della Protezione Civile in questione – “potrebbero avvenire altre scosse” – manca del tutto di una stima percentuale circa la possibilità che si realizzi un evento calamitoso: parla genericamente di possibilità di terremoto, ma così facendo produce una comunicazione allarmista. Una comunicazione del rischio generica, senza quantificatori, finisce con l’ingenerare allarmismo: se si comunica solo “potrebbero avvenire altre scosse” si trasmette una vaghezza che tende ad essere percepita dalla gente come eventualità, come “terremoto!”. Se il “potrebbero” non si quantifica, non si fissa in un range di possibilità (che riguarda prima di tutto una percentuale di occorrenza rispetto a una magnitudo di riferimento, in un luogo, in un tempo, con un indice di incremento rispetto ai tempi normali, con un indice di approssimazione) quel condizionale, privo di indice di probabilità, si trasforma, nella prassi comunicativa, in un indicativo binario.
Va notato che l’autore della nota che l’INGV ha trasmesso alla Protezione Civile ha dichiarato che quell’informazione sul rischio, una volta comunicata, ha avuto un effetto dirompente sulla popolazione. Questo effetto di amplificazione della percezione del rischio avviene proprio dal momento in cui la previsione è vaga, manca di un indice di probabilità che la fissa, impedendo interpretazioni. Rassicurare, così come allarmare sono due atteggiamenti che la scienza della prevenzione dei terremoti non si può permettere di praticare se vuole rimanere scienza: l’unica strada possibile è quella di allertare, ossia chiarire quanto pericolo c’è in termini di indici probabilità trasparenti e inequivocabili. Fare previsione probabilistica dei terremoti, l’unica scientificamente fondata trattandosi di fenomeni stocastici, vuol dire esplicitare indici percentuali di rischio, e non aggiungere nulla a tali indici. Va anche sottolineato che è inutile e dannoso comunicare il rischio senza comprendere come questo viene percepito dalle popolazioni e tradotto in elementi di senso comune dalla cultura antropologica degli abitanti.

Detto questo, dato che credo poco alle coincidenze, mi viene un dubbio rispetto alle circostanze di questa comunicazione. Prima di andare avanti voglio considerare due punti:

1) in Italia si verificano una grande quantità di sequenze microsismiche (erroneamente denominate “sciami” già prima della loro conclusione) e solo una minima parte di queste culminano in un evento disastroso.
2) la sentenza di appello per i condannati della Commissione Grandi Rischi ci sarà tra circa un anno.

Se in questo periodo si seguiterà ad usare questo dispositivo che ribalta quella che fu una comunicazione grettamente rassicurazionista, in un bombardamento grettamente allarmistico che ingenera panico, psicosi collettiva, si arriverà indirettamente e, soprattutto, scorrettamente, a minare il valore della sentenza di primo grado. Questo può essere un modo per diluire, per sofisticare l’errore mortale di aver scambiato per una pecora un lupo che ringhiava da mesi, sbilanciandolo con l’algebricamente opposto errore del cominciare a gridare istericamente e ossessivamente “al lupo al lupo!” alla prima occasione.
In tal senso sospetto che il binarismo “terremoto/non-terremoto”, che, ripeto, è pervertimento di una comunicazione scientifica che per essere concretamente probabilistica si dovrebbe limitare a fornire trasparentemente indici percentuali e non fumose profezie sibilline di terremoto (o di non-terremoto, come avvenne all’Aquila), sottenda un binarismo ideologico in cui si cerca, diluendo un errore nell’errore opposto, di ribaltare una sentenza di colpevolezza. È per questo che penso che in questa strategia, intenzionale o meno che sia, è di fatto insita una biopolitica del panico che si risolve in un atto di terrorismo tecno-mediatico, di sabotaggio nei confronti della sentenza. Questa è solo un’ipotesi, ma non prenderla in considerazione sarebbe una scorciatoia ideologica. L’unica certezza è che la scienza è trasparente, la magia è sibillina.
Proprio mentre finisco di scrivere apprendo dalla stampa che Franco Gabrielli, il capo della Protezione Civile, sta usando il panico della Garfagnana per gettare discredito sulla sentenza dell’Aquila.

Genova non finisce mai…

Categorie: Riflessioni
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Pubblicato il: 20 Luglio 2012

Genova non è finita.
Non finisce mai nemmeno sulle mura di Collemaggio a L’Aquila.
11 anni dopo Carlo vive.
Liber* tutt*.
Avanti nelle lotte.

 

 

 

Lacrimogeni e pallottole di gomma contro pietre e petardi… #madrid #repressione

Categorie: Riflessioni
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Pubblicato il: 12 Luglio 2012

Ieri in Spagna la marcia dei minatori asturiani e dei sindacati (marcha negra), contro la chiusura delle ultime miniere di carbone, è stata repressa duramente dalla polizia, che ha sparato proiettili di gomma contro i manifestanti, il bilancio della giornata è di 43 feriti ed almeno 5 arresti.

Le proteste sono dovute alle misure imposte dal premier spagnolo Mariano Rajoy che ha annunciato la soppressione della tredicesima e meno giorni di ferie per i dipendenti pubblici, l’aumento dell’Iva dal 18 al 21%, la riduzione dei permessi sindacali, la dimunuzione del numero delle imprese pubbliche, del numero dei consiglieri locali e delle indennità destinate ai sindaci.

Lacrimogeni e pallottole di gomma contro pietre e petardi. C’è ancora la pace sociale in Europa? O possiamo parlare di una nuova fase?

Un anno fa, il 3 luglio 2011, una grande manifestazione in Valle…

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Pubblicato il: 3 Luglio 2012

Un anno fa, il 3 luglio 2011, una grande manifestazione in Valle dava l’ennesima svolta alla resistenza alla grande opera inutile. Oggi, dopo un anno e dopo tanti anni, la Valle è No Tav. Tutti noi siamo No Tav. Perchè crediamo in un modello economico, di sviluppo, di progresso, diametralmente opposto a quello che ci vogliono imporre loro. Perchè pensiamo che la scintilla del cambiamento non possa che nascere dall’attivismo, dalle lotte, dal lavoro quotidiano (anche silenzioso) e costante nelle comunità di prossimità e nei territori. Viva il 3 luglio! Viva i No Tav!

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